Il documento politico di riferimento

Manifesto per la Democrazia Economica

Dignità, cooperazione e libertà per il benessere di tutti gli esseri.

Persone di età diverse riparano apparecchiature, studiano, curano acqua e verde e consultano una planimetria pubblica in un quartiere italiano.
Competenze, risorse e decisioni al servizio della vita comune.

Manifesto per la Democrazia Economica
Dieci parti, 59 sezioni.

Una visione politica per estendere la democrazia al lavoro, all’economia e alle decisioni che determinano la vita collettiva.


Preambolo

C’è veramente gioia nell’iniziare una lotta contro l’ingiustizia, e quella gioia è parte integrante della scienza estetica. (Prabhat Ranjan Sarkar).

Votare conta, ma la democrazia riguarda anche le decisioni economiche. Una società in cui scegliamo i rappresentanti ma restiamo esclusi dalle decisioni che determinano il lavoro, il reddito, la casa, il credito, l’uso delle risorse naturali e il futuro dei territori non è davvero democratica.

La sovranità popolare è soltanto a metà quando pochi gruppi finanziari possono chiudere un’impresa, spostare capitali, controllare l’informazione, condizionare la politica e togliere a intere comunità i mezzi per vivere. Alla democrazia politica dobbiamo affiancare la Democrazia Economica. È il potere concreto delle persone e delle comunità di decidere sulle scelte economiche fondamentali e di usare le risorse del territorio per il bene di tutti.

Nessuno crea ricchezza da solo. Ogni impresa usa ciò che la natura ci offre, il sapere costruito da generazioni, infrastrutture pagate dalla collettività, relazioni sociali e lavoro condiviso. Per questo nessuno può vantare un diritto illimitato sulle risorse comuni. Tutti hanno il diritto di attingere alle ricchezze della Terra per vivere con dignità. Nessuno ha il diritto di prenderne così tanto da lasciare gli altri senza.

La Terra è un patrimonio comune. Non è una proprietà da saccheggiare. L’umanità è un’unica famiglia e ogni comunità è un luogo concreto in cui impariamo ad avanzare insieme. Società significa proprio questo: camminare senza abbandonare nessuno e senza consumare il futuro di chi verrà dopo di noi.

Per questo MDE propone una Repubblica cooperativa, solidale, neoumanista, ecologica e moralmente responsabile: un Paese in cui l’economia torni al servizio della vita, e non la vita al servizio dell’accumulazione. Non è un sogno da rinviare. È un progetto da costruire.

Parte prima

Le fondamenta della società che vogliamo

1. Prima le persone, poi il profitto

Il valore di una persona non dipende da quanto possiede, guadagna o produce. Non dipende dal titolo di studio, dalla nazionalità, dall’etnia, dal genere, dall’età, dalla condizione fisica o dalle convinzioni personali. La dignità non si concede. Si riconosce.

L’economia deve permettere a ogni persona di crescere sul piano fisico, mentale, culturale, affettivo e spirituale. Una società può anche produrre molta ricchezza. Ma se diffonde precarietà, solitudine, paura, ignoranza e distruzione ambientale, non è prospera.

Il lavoro, la tecnologia, il mercato, la proprietà e lo Stato sono mezzi. La persona, la comunità e il benessere condiviso sono il fine.

2. Avanzare insieme

Una società vera non è una folla di individui costretti a competere. È una comunità viva, in cui le capacità di ciascuno diventano una forza per il progresso di tutti.

La libertà personale diventa piena quando incontra la responsabilità sociale. La solidarietà non è assistenzialismo. Significa prendersi cura gli uni degli altri e creare le condizioni perché nessuno resti dipendente per sempre. A ogni persona vanno dati gli strumenti per sviluppare le proprie capacità e contribuire, secondo le proprie possibilità, al bene comune.

Il progresso non si misura dalla velocità di chi corre più avanti. Si misura dalla capacità dell’intera comunità di avanzare, a partire da chi oggi affronta le difficoltà maggiori.

3. La ricchezza della Terra appartiene a tutti

Acqua, aria, suolo, foreste, biodiversità, energia, grandi infrastrutture e risorse naturali costituiscono un patrimonio comune. Devono essere amministrati nell’interesse della collettività e custoditi per le generazioni future.

Questo principio non cancella la proprietà personale, la piccola impresa o il diritto di godere dei frutti del proprio lavoro. Fissa però un confine netto: la proprietà non può diventare licenza di danneggiare la società, devastare la natura, imporre monopoli, sottrarre beni essenziali o esercitare un potere economico incompatibile con la democrazia.

Ogni proprietà porta con sé una responsabilità sociale e ambientale. A un potere economico più grande deve corrispondere un dovere più rigoroso verso la collettività.

4. Neoumanesimo: nessun essere è estraneo

MDE riconosce l’unità fondamentale della famiglia umana. Rifiuta il razzismo, il sessismo, il suprematismo, il settarismo religioso, la discriminazione e ogni nazionalismo usato per dividere, proclamare superiorità o alimentare conflitti.

Il Neoumanesimo allarga il nostro senso di appartenenza oltre i confini della specie umana e del solo mondo vivente. Animali, piante, ecosistemi e realtà inanimate non sono materiali da sfruttare fino all’esaurimento. Fanno parte della comunità universale dell’esistenza. Tradurre questo principio in politica significa difendere gli equilibri ecologici, usare materia ed energia con responsabilità e ridurre ogni sofferenza evitabile provocata dalle attività umane.

Quando generano incontro, cooperazione e pluralità, le identità locali, regionali, linguistiche e storiche sono una ricchezza. Quando vengono piegate alla superiorità, all’esclusione o all’odio, diventano una minaccia. Universalismo e diversità devono rafforzarsi a vicenda.

5. Un potere credibile nasce dall’integrità

Nessuna riforma economica regge a lungo se viene affidata a persone senza integrità. Anche le istituzioni, le cooperative e le amministrazioni nate con buone intenzioni degenerano quando prevalgono egoismo, corruzione, opportunismo e ricerca del potere personale.

Per MDE, moralità pubblica significa questo: veridicità, rispetto della dignità altrui, rifiuto dell’appropriazione indebita, sobrietà, trasparenza, spirito di servizio e coerenza tra ciò che si dice e ciò che si fa.

Chi assume responsabilità pubbliche deve accettare controlli più severi, non privilegi maggiori. L’onestà non è il distintivo di un gruppo. Non si proclama: si dimostra con comportamenti verificabili, rendicontazione, controllo reciproco e capacità di riconoscere e correggere gli errori.

Il potere non va affidato a chi è più ricco, più famoso o più fedele a un capo. Va affidato a chi dimostra competenza, carattere, lavoro svolto e capacità di servire il bene comune.

6. Laicità, libertà di coscienza e ricerca interiore

MDE è laico e non confessionale. Difende la libertà religiosa e spirituale, il pensiero filosofico e il diritto di non professare alcuna fede.

Il Neoumanesimo riconosce nell’amore per la Coscienza Suprema la radice dell’amore universale verso il creato. Nella vita civile, questa dimensione spirituale prende forma nella ricerca interiore, nell’espansione della coscienza e nel superamento dell’egoismo. Prende forma anche nel servizio e nel riconoscimento del valore di tutto ciò che esiste.

Nessuna religione può reclamare privilegi politici. Nessun potere politico può impadronirsi della coscienza. Ogni persona merita rispetto. Ogni convinzione può essere esaminata con la ragione. Nessuna può giustificare la violazione dei diritti fondamentali, della pari dignità, della libertà personale o dei valori umani cardinali.

7. I cinque principi dell’utilizzazione progressiva

La nostra proposta economica si fonda sui cinque principi fondamentali del Prout. Hanno pari valore. Sono inseparabili e devono essere applicati insieme:

  • l’accumulazione individuale di ricchezza materiale deve restare entro limiti vincolanti, trasparenti, stabiliti democraticamente dalla collettività e aggiornati periodicamente

  • dobbiamo perseguire la massima utilizzazione e la distribuzione razionale di tutte le potenzialità mondane, sopramondane e spirituali dell’universo, dalle risorse materiali alle capacità mentali, culturali e interiori

  • dobbiamo sviluppare e utilizzare al massimo le potenzialità fisiche, mentali e spirituali delle persone e della collettività

  • dobbiamo mantenere un giusto adattamento e un equilibrio tra le diverse forme di utilizzazione, impedendo che lo sviluppo di una dimensione distrugga o impoverisca le altre

  • i metodi di utilizzazione devono cambiare con il tempo, il luogo e le persone e devono avanzare sempre in una direzione progressiva.

8. Un equilibrio vivo, non l’immobilità

Il progresso autentico unisce sviluppo materiale, crescita mentale e culturale, moralità pubblica, ricerca interiore ed equilibrio ecologico.

Una società non è sana se produce di più ma distrugge salute, natura, cultura, libertà mentale e capacità di cooperare. Ogni politica va giudicata per il suo impatto complessivo sulla vita fisica, mentale, sociale e spirituale della comunità.

Equilibrio non significa restare fermi. Significa muoversi in armonia: correggere gli squilibri, usare bene le risorse, liberare le potenzialità umane e proteggere la comunità universale dell’esistenza, animata e inanimata.

Parte seconda

La Democrazia Economica: dal principio al potere reale

9. Dal voto alla sovranità sostanziale

La sovranità popolare resta incompleta quando il potere economico è nelle mani di pochi. Chi vive nella precarietà, teme di perdere il lavoro, non può permettersi una casa o dipende da un monopolio privato per beni indispensabili non è pienamente libero, anche se può votare.

Democrazia Economica vuol dire riportare progressivamente le grandi decisioni economiche dalle oligarchie finanziarie alle comunità, ai lavoratori, ai consumatori e agli enti democratici territoriali.

Non vogliamo sostituire il capitalismo privato con un capitalismo burocratico di Stato. Vogliamo distribuire il potere economico, costruire istituzioni cooperative e orientare la produzione verso i bisogni reali.

10. Quattro condizioni per una democrazia economica

Una comunità è economicamente democratica soltanto quando realizza quattro condizioni concrete.

La prima: garantire a tutti le necessità essenziali — alimentazione, vestiario, abitazione, sanità, educazione, acqua, energia, mobilità e gli strumenti indispensabili per partecipare alla vita sociale.

La seconda: aumentare in modo continuo il potere d’acquisto della popolazione, cominciando da chi oggi ha meno.

La terza: riconoscere alle comunità economiche locali un potere decisionale effettivo su produzione, investimenti, uso delle risorse, distribuzione dei beni essenziali e sviluppo del territorio.

La quarta: difendere l’economia locale da chi entra in un territorio soltanto per estrarre ricchezza, speculare o trasferire altrove i profitti. Questa difesa non riguarda l’origine delle persone, ma il loro rapporto economico con la comunità. È parte della comunità chi vive, lavora, contribuisce e ne condivide responsabilità e futuro. È esterno, in senso economico, chi considera quel luogo soltanto una fonte di profitto, un mercato o un serbatoio di manodopera.

11. Le necessità fondamentali sono diritti

Cibo sano, casa, cure, vestiti, istruzione e sicurezza materiale non sono merci come le altre. Sono la base concreta della libertà.

La garanzia dei bisogni essenziali deve diventare un diritto esigibile. La via principale consiste nell’offrire lavoro dignitoso, salari adeguati e servizi universali. Quando una persona non può lavorare per età, disabilità, malattia o responsabilità di cura, la collettività deve garantirle direttamente una vita dignitosa.

Il livello delle necessità fondamentali non può restare immobile. Deve crescere insieme alla produttività, alle conoscenze e alla ricchezza sociale. Una società viva innalza continuamente il proprio minimo di civiltà: non si accontenta di tenere le persone appena sopra la sopravvivenza.

12. Prima il potere d’acquisto, poi i numeri astratti

L’obiettivo dell’economia non è far crescere soltanto il valore monetario della produzione. È permettere alle persone di accedere a ciò che serve e di vivere senza paura.

Per questo MDE propone di valutare ogni politica economica in base ai risultati che contano davvero nella vita quotidiana:

  • il potere d’acquisto reale di chi ha meno

  • un’occupazione stabile, dignitosa e socialmente utile

  • il costo della casa e dei beni essenziali

  • la qualità dei servizi pubblici

  • la distribuzione del reddito e della ricchezza

  • la salute fisica e mentale

  • il tempo libero realmente disponibile

  • la qualità dell’ambiente

  • la partecipazione democratica

  • la vitalità delle economie locali.

Se la produzione cresce insieme alla povertà, ai debiti, alla precarietà e alla distruzione ecologica, non c’è progresso: c’è soltanto un numero più grande.

13. Mettere un limite al potere della ricchezza

La ricchezza personale può derivare da capacità, lavoro, creatività e responsabilità. Ma se consente a una persona o a un gruppo di controllare informazione, mercati, governi e la vita di milioni di esseri umani, non è più un fatto privato: diventa un problema democratico.

L’accumulazione individuale di ricchezza materiale deve rimanere entro limiti vincolanti, trasparenti, approvati democraticamente e aggiornati alle condizioni economiche e alle potenzialità collettive. La sovranità della collettività si esercita attraverso regole generali e verificabili, mai attraverso autorizzazioni arbitrarie rivolte ai singoli.

Limitare l’eccesso non significa rendere tutti uguali. Una volta garantito a ciascuno il necessario, la società può riconoscere responsabilità, capacità, impegno e contributi particolari. Le differenze sono legittime quando favoriscono lo sviluppo e rispettano la coesione sociale; diventano ingiuste quando producono dominio, esclusione e sfruttamento.

14. Dalla sicurezza materiale alle opportunità per tutti

La giustizia sociale non termina con la sconfitta della povertà. Ogni persona deve poter sviluppare intelligenza, creatività, cultura, relazioni, salute e ricerca interiore.

Non parliamo di lusso senza limiti. Parliamo di un accesso sempre più ampio a cultura, sport, educazione, scienza, ricreazione e crescita spirituale: possibilità che arricchiscono la vita senza impoverire gli altri e senza distruggere l’ambiente.

Dopo aver garantito a tutti le necessità fondamentali, la società può offrire strumenti aggiuntivi a chi assume responsabilità speciali o mette competenze rare al servizio della comunità. Non è un privilegio: è un mezzo per contribuire di più. Il compito collettivo resta però chiaro: rendere progressivamente accessibile a tutti ciò che, in una fase, può essere riservato a pochi per ragioni funzionali.

Liberarsi dall’ansia economica permette di lavorare meno, studiare di più, prendersi cura degli altri, partecipare alla vita pubblica, fare arte e sport, coltivare amicizie, famiglia e crescita interiore. Questa è ricchezza umana.

Parte terza

L’economia cooperativa e la Cooperazione Coordinata

15. Tre settori, un solo fine sociale

MDE propone un’economia pluralista, articolata in tre grandi settori dalle funzioni chiare:

  • un settore pubblico e comunitario, gestito al livello territoriale più vicino e adeguato, responsabile delle industrie chiave, delle imprese troppo grandi o complesse per una gestione cooperativa efficace, dei monopoli naturali, delle infrastrutture essenziali, dei beni comuni e delle materie prime

  • un settore cooperativo, destinato a diventare il cuore dell’economia produttiva di media dimensione e delle imprese non strategiche, anche grandi, che possono essere amministrate democraticamente

  • un settore privato di aziende di piccola dimensione, formato da imprese familiari, professionisti, artigiani, attività creative e iniziative imprenditoriali che non generano monopoli.

Il pubblico non deve soffocare la società. Il privato non deve dominarla. Il settore cooperativo deve essere la forza dinamica che unisce efficienza, partecipazione, responsabilità e radicamento nel territorio.

Il numero degli addetti non basta a stabilire a quale settore appartiene un’impresa. Contano la funzione strategica, la complessità tecnica, l’eventuale monopolio naturale e la possibilità concreta di una gestione cooperativa.

16. Cooperazione Coordinata

Non chiameremo cooperativa una struttura usata per pagare meno chi lavora, aggirare i diritti o scaricare i rischi sui soci.

Una cooperativa è autentica se i soci partecipano davvero, i bilanci sono trasparenti, i risultati vengono distribuiti con equità, la formazione è continua e il rapporto tra lavoro e direzione si fonda su una sostanziale parità.

La Cooperazione Coordinata collega in una rete cooperative di produzione e consumo, piccole imprese, banche cooperative, assicurazioni mutualistiche, organizzazioni dei lavoratori, enti locali, università e associazioni dei consumatori.

La rete parte dai bisogni reali e pianifica lo sviluppo del territorio. Ogni organizzazione conserva la propria autonomia, ma nessuna rimane sola: accordi di filiera, piattaforme comuni, servizi condivisi, ricerca, formazione e credito coordinato prendono il posto dell’isolamento e della concorrenza distruttiva.

Le cooperative funzionano quando si incontrano tre condizioni: integrità morale, gestione competente e partecipazione consapevole dei soci e della comunità. Per questo MDE promuove formazione cooperativa, progetti pilota, bilanci controllabili, assistenza tecnica e reti territoriali di sostegno.

17. Democrazia anche nel luogo di lavoro

In una cooperativa chi lavora non è un ingranaggio: partecipa alle decisioni, elegge gli organismi dirigenti, controlla i bilanci e condivide i risultati.

Le differenze retributive devono essere pubbliche, motivate da responsabilità e competenze effettive e contenute entro limiti compatibili con la dignità di tutti.

Serve una direzione professionale. Democrazia non significa confusione dei ruoli o assenza di responsabilità: significa che l’autorità viene affidata, controllata e può essere revocata; che la competenza non diventa privilegio; che le informazioni essenziali appartengono all’intera comunità di lavoro.

18. Salvare e trasformare le imprese

Quando una media o grande impresa viene chiusa, delocalizzata, venduta o abbandonata nonostante disponga di competenze, capacità produttiva e mercato, chi vi lavora deve avere il primo diritto di rilevarla collettivamente.

MDE propone un vero diritto di prelazione dei lavoratori, fondi pubblici e cooperativi per la conversione, assistenza tecnica e legale, credito agevolato, protezione nella fase di avvio e reti territoriali in grado di accompagnare la trasformazione.

Il Workers Buyout, cioè l’acquisizione dell’impresa da parte dei lavoratori, è già oggi uno strumento utile, soprattutto davanti a chiusure, abbandoni, delocalizzazioni e passaggi generazionali.

La trasformazione dell’economia, però, non può dipendere dal riacquisto senza fine delle grandi concentrazioni produttive con denaro collettivo. Ogni intervento deve salvare lavoro, competenze e capacità produttiva, assicurando al tempo stesso solidità finanziaria.

Anche chi perde i beni di cui era proprietario e non ha altri mezzi deve essere trattato con umanità: pensioni, sostegni, formazione o un lavoro adeguato alle capacità, senza trasformare l’aiuto in rendita o privilegio.

19. Difendere la piccola impresa che produce e lavora

MDE difende la piccola impresa realmente indipendente, l’artigianato, il commercio di prossimità, il lavoro professionale e l’impresa familiare.

Queste attività non sono il nemico. Molto spesso subiscono lo stesso potere finanziario che sfrutta i lavoratori: credito caro, monopoli, piattaforme dominanti, burocrazia irrazionale, costi energetici insostenibili e dipendenza da grandi committenti.

La politica economica deve aiutare le piccole imprese a unirsi attraverso consorzi, acquisti comuni, logistica condivisa, piattaforme digitali cooperative, formazione e reti di collaborazione. Quando un’impresa cresce, devono crescere anche la partecipazione dei lavoratori, la responsabilità sociale e le forme di proprietà condivisa.

20. Beni comuni e settori strategici

Acqua, reti energetiche, trasporto essenziale, infrastrutture digitali fondamentali, grandi risorse naturali e monopoli naturali non possono essere consegnati alla sola ricerca del profitto.

Le industrie chiave, le reti fondamentali, i monopoli naturali e le imprese troppo grandi o complesse per una gestione cooperativa efficace devono appartenere al livello pubblico territoriale più vicino e adeguato. Devono essere gestiti con efficienza, trasparenza, equilibrio economico e obbligo di servizio universale.

Cooperative, imprese locali e comunità energetiche possono produrre servizi, componenti ed energia diffusa. Le reti fondamentali e le infrastrutture strategiche, però, devono restare in mano pubblica.

Pubblico non deve significare burocratico o partitico. Gli enti strategici devono avere autonomia professionale, bilanci aperti, rappresentanza di utenti e lavoratori, valutazione pubblica dei risultati e rigorose incompatibilità per chi dirige.

La loro missione è semplice: offrire servizi di qualità senza perdite né profitto, non creare rendite.

Parte quarta

Lavoro, reddito, tecnologia e pianificazione democratica

21. Il diritto a un lavoro utile e dignitoso

Ogni persona in grado di lavorare deve poter svolgere un’attività utile, sicura e pagata dignitosamente. Il lavoro non è una concessione. È una via primaria di partecipazione alla società.

La disoccupazione di massa non è una legge della natura. La crea un sistema che considera il lavoro soltanto un costo e mette la produzione al servizio del rendimento finanziario.

MDE propone una strategia di piena occupazione costruita su ciò di cui il Paese ha davvero bisogno: riconversione ecologica, cura del territorio, prevenzione sanitaria, istruzione, manutenzione, edilizia sostenibile, agricoltura integrata, cultura, ricerca, assistenza, rigenerazione urbana e sviluppo cooperativo.

Garantire il lavoro non vuol dire inventare impieghi inutili. Vuol dire rispondere a bisogni sociali reali e mettere a frutto le capacità di ogni persona.

La produzione dei beni essenziali deve seguire il consumo reale e le necessità collettive, non la massimizzazione del profitto. Prima vengono cibo, vestiario, casa, salute, istruzione, energia, acqua, mobilità, cura e partecipazione sociale. Solo dopo si destinano risorse crescenti a beni e servizi ulteriori.

22. Un salario che permetta di vivere

Il salario minimo deve essere legato al costo reale di un paniere dignitoso di beni e servizi. Può tenere conto delle differenze territoriali. Non deve però mai ridursi a una soglia di pura sopravvivenza.

Con il proprio lavoro, una persona deve poter pagare una casa, mangiare in modo sano, usare energia e trasporti, accedere alla cultura e alla formazione e mettere da parte un po’ di risparmio.

Nelle imprese cooperative e partecipate, una parte dei risultati economici deve tornare alla comunità di lavoro. Deve essere destinata:

  • a salari migliori

  • alle riserve indivisibili

  • all’innovazione

  • alla sicurezza

  • alla riduzione dell’orario

  • alla solidarietà territoriale.

MDE propone anche limiti chiari e pubblici al rapporto tra le retribuzioni più alte e quelle più basse all’interno della stessa organizzazione.

23. Lavorare meno, lavorare tutti

Ogni aumento di produttività deve migliorare la vita, non espellere persone dal lavoro.

Quando tecnologia e organizzazione permettono di produrre di più in meno ore, il beneficio va condiviso: meno orario, più formazione, un lavoro di qualità migliore e nuove attività socialmente utili.

Ridurre progressivamente l’orario, mantenendo il salario quando la produttività lo consente, è un obiettivo centrale della trasformazione economica.

Il tempo liberato non deve trasformarsi in disoccupazione. Deve diventare famiglia, cura, cultura, sport, partecipazione democratica, volontariato, creatività e crescita interiore.

24. La tecnologia deve liberare, non scartare

Automazione, robotica e intelligenza artificiale devono ridurre la fatica, aumentare la sicurezza, risparmiare risorse e diffondere conoscenza.

Non accettiamo che innovazioni nate da conoscenze costruite collettivamente producano soltanto rendite private e disoccupazione.

Ogni impresa che introduce un’automazione rilevante deve presentare un piano di transizione: tutela dell’occupazione, riduzione dell’orario, riqualificazione e condivisione dei guadagni di produttività con i lavoratori e con la collettività.

Gli algoritmi che prendono decisioni nel settore pubblico, nel credito, nel lavoro e nei servizi essenziali devono essere verificabili, non discriminatori e sempre sottoposti alla responsabilità umana.

25. Pianificare democraticamente ciò che conta

Pianificare non vuol dire comandare dall’alto ogni scelta produttiva. Vuol dire coordinare democraticamente gli investimenti fondamentali e prevenire gli squilibri che il mercato, lasciato a sé stesso, non sa o non vuole correggere.

La pianificazione deve partire dal basso. Comunità locali, regioni socioeconomiche, livello nazionale e federazioni sovranazionali devono dialogare e assumersi responsabilità definite.

Le regioni socioeconomiche non devono coincidere per forza con i confini amministrativi. Vanno costruite intorno a problemi comuni, risorse naturali, geografia, bacini idrici, collegamenti, potenzialità agricole e industriali, compatibilità culturali e possibilità di raggiungere una ragionevole autosufficienza. Per questo possono attraversare confini esistenti o dividere unità troppo grandi.

Ogni territorio deve conoscere se stesso: bisogni, risorse, competenze, flussi energetici, fragilità ambientali e capacità produttive. Senza questo bilancio non c’è pianificazione. C’è improvvisazione.

La pianificazione economica deve partire da quattro criteri verificabili: costo di produzione, produttività, potere d’acquisto e necessità collettiva. Vanno inoltre considerate risorse naturali, competenze locali, cultura, ambiente, trasporti, energia, salute e condizioni sociali.

Le decisioni devono basarsi su dati pubblici, ricerca scientifica, partecipazione dei lavoratori, ascolto dei consumatori e valutazione ecologica.

26. I luoghi territoriali della pianificazione

In ogni regione socioeconomica devono esserci sedi democratiche di pianificazione capaci di riunire competenze produttive, sociali, scientifiche, ambientali e istituzionali.

Questi organismi affiancano gli organi eletti, non li sostituiscono. La legge deve definirne con precisione competenze, composizione, durata, trasparenza e possibilità di ricorso. Possono attuare piani e prendere decisioni vincolanti soltanto nelle materie attribuite espressamente, motivando ogni scelta e sottoponendola a controllo e verifica periodica.

La loro composizione deve riunire rappresentanti di lavoratori, cooperative, consumatori, comunità locali e amministrazioni con competenze tecniche selezionate pubblicamente. Rappresentatività, competenza, incompatibilità, responsabilità e revoca devono seguire regole note in anticipo e accessibili a tutti.

Ogni decisione economica importante deve indicare con chiarezza gli interessi coinvolti. Deve inoltre essere accompagnata da dati comprensibili e accessibili alla cittadinanza.

27. Radicamento locale, apertura solidale

Decentrare non vuol dire chiudersi e non vuol dire costruire autarchie.

Ogni territorio deve produrre localmente, per quanto è ragionevole, i beni essenziali e ridurre le dipendenze pericolose. Quello che non può essere prodotto sul posto va scambiato con altre aree attraverso rapporti equi.

La sequenza è chiara. Prima rafforziamo la capacità produttiva locale. Poi costruiamo reti di cooperazione regionali, nazionali, europee e mondiali.

Gli scambi devono avvicinare le condizioni economiche dei territori. Non devono creare periferie permanenti, condannate a fornire materie prime e lavoro a basso costo.

“Locale” non vuol dire sangue, nascita, etnia o chiusura. È locale chi lega stabilmente la propria vita economica e sociale alla comunità in cui vive. È esterno, in senso economico, chi usa quel territorio soltanto per ricavarne profitto, vendergli merci o sfruttarne la manodopera, senza condividerne responsabilità e futuro.

Finché non sarà raggiunta la piena occupazione locale, il lavoro disponibile deve andare prima di tutto a chi vive stabilmente nella regione socioeconomica, vi contribuisce e ne condivide il futuro. Questa priorità è socioeconomica, temporanea e verificabile. Non può diventare un privilegio ereditario né una discriminazione basata su origine, etnia, nazionalità, genere o credo.

Parte quinta

Finanza, credito, mercato e fiscalità al servizio della comunità

28. Il denaro deve servire la vita economica

Il denaro deve girare. Quando si concentra in grandi masse speculative, il lavoro si ferma, i territori si indeboliscono e il potere di pochi cresce.

Le politiche monetarie, bancarie e fiscali devono indirizzare il denaro verso produzione utile, occupazione, ricerca, casa, transizione ecologica e servizi. Devono invece scoraggiare rendite passive, speculazione e accumulazione improduttiva.

Il credito non può rimanere una merce concessa soprattutto a chi è già ricco. Deve diventare uno strumento per liberare capacità umane, produttive e territoriali.

29. Banche cooperative, credito al territorio

Il sistema bancario deve evolvere verso forme cooperative e mutualistiche controllate da risparmiatori, lavoratori e comunità. Banche cooperative, casse mutualistiche, fondi territoriali e nuovi strumenti finanziari devono tornare a finanziare l’economia reale.

La maggior parte del risparmio raccolto in un territorio deve essere reinvestita nello stesso territorio. Ogni eccezione deve essere motivata, trasparente e coerente con la solidarietà tra regioni socioeconomiche.

Il credito agevolato deve andare prima di tutto alle cooperative, alle piccole imprese produttive, ai giovani, all’agricoltura sostenibile, all’innovazione sociale, all’abitazione cooperativa e alla riconversione ecologica.

Chi amministra un istituto cooperativo deve rispettare limiti di mandato, requisiti professionali e un controllo democratico vero, non formale.

La banca centrale o federale deve appartenere al livello pubblico competente, lavorare con autonomia tecnica ed essere sottoposta al controllo democratico. La sua missione deve comprendere la stabilità monetaria, la piena occupazione e lo sviluppo equilibrato delle regioni socioeconomiche.

30. Distribuire i beni essenziali senza speculazione

La distribuzione dei beni essenziali deve essere sottratta alla speculazione e organizzata attraverso strutture cooperative, mutualistiche e territoriali controllate dai produttori e dai consumatori.

Cooperative di consumo, reti di produttori, mercati territoriali e piattaforme cooperative o mutualistiche devono costruire filiere trasparenti, partecipate e radicate nelle comunità, adattandosi alle condizioni concrete.

Il loro compito è tagliare le intermediazioni inutili, pagare prezzi giusti ai produttori, contenere i prezzi per i consumatori e garantire qualità, sicurezza e tracciabilità.

Anche la distribuzione cooperativa può diventare burocratica o imitare il capitalismo. Per impedirlo servono la partecipazione reale dei soci, il controllo democratico delle filiere, la trasparenza nella formazione dei prezzi e la responsabilità sociale e ambientale.

Più potere d’acquisto e più controllo cooperativo e comunitario sulla distribuzione. Sono due pilastri della Democrazia Economica.

31. Una fiscalità semplice, giusta e produttiva

Il fisco deve essere semplice da capire, trasparente e rivolto a obiettivi concreti: più potere d’acquisto, maggiore circolazione del denaro, piena occupazione e produzione socialmente utile.

L’obiettivo di lungo periodo è superare l’imposta personale sul reddito, cominciando dai redditi da lavoro e da quelli medio-bassi. Il prelievo va spostato soprattutto verso il punto iniziale della produzione e dell’immissione nel circuito economico dei beni e delle attività non essenziali, evitando imposte ripetute e cumulative lungo la stessa filiera.

I beni e i servizi indispensabili alla vita devono essere completamente esenti dalle imposte indirette. Le cooperative che producono o distribuiscono beni essenziali devono poter ricevere una protezione fiscale temporanea, trasparente e verificata periodicamente.

Durante la transizione, rendite speculative, grandi patrimoni concentrati, monopoli, estrazione improduttiva di valore, spreco di risorse e danni ambientali devono essere colpiti con prelievi specifici. Queste misure non sostituiscono i limiti all’accumulazione, la lotta ai monopoli e la socializzazione delle attività strategiche. Le imposte ambientali devono proteggere i consumi essenziali. Non possono diventare il prezzo pagato dai ricchi per continuare a inquinare.

In agricoltura, il prelievo deve seguire la produzione effettiva e l’andamento dell’annata, non soltanto l’estensione del terreno. Nelle cooperative gli obblighi fiscali vanno assolti collettivamente, senza schiacciare i singoli coltivatori. Quando è utile, una quota della produzione può alimentare riserve alimentari pubbliche o cooperative.

Ogni riforma fiscale deve essere graduale e adattarsi al tempo, al luogo e alle persone. Va giudicata dai risultati: occupazione, potere d’acquisto, prezzi dei beni essenziali, investimenti produttivi, circolazione monetaria ed equilibrio ecologico.

32. Spezzare i monopoli e il potere concentrato

Nessuna impresa privata deve controllare un mercato fino al punto di decidere prezzi, condizioni di lavoro, accesso all’informazione o scelte politiche.

Servono norme antimonopolistiche efficaci, trasparenza delle piattaforme, portabilità dei dati, tutela dei piccoli fornitori, responsabilità lungo le filiere, sostegno alle alternative cooperative e controllo pubblico delle infrastrutture digitali essenziali.

Le imprese strategiche che non possono essere sottoposte a una concorrenza reale e non possono essere gestite efficacemente in forma cooperativa devono passare alla proprietà e al controllo pubblico territoriale, con la partecipazione di lavoratori, utenti e comunità.

Parte sesta

Ecologia, agricoltura e territori in equilibrio

33. Dare all’economia una Costituzione ecologica

L’economia sta dentro la natura, non al di sopra. La produzione materiale non può crescere senza limiti, consumando risorse, energia e biodiversità più velocemente di quanto il pianeta riesca a rigenerarle.

Ogni piano economico deve rispettare limiti ecologici misurabili. La valutazione ambientale non può arrivare quando il progetto è già deciso. Deve guidarlo fin dall’inizio.

Quando un’attività può causare danni gravi o irreversibili, va applicato il principio di precauzione. Chi inquina deve pagare per intero la bonifica e il ripristino, senza scaricare il costo sulla collettività.

Il Neoumanesimo ci ricorda che cielo, aria, montagne, fiumi, foreste, animali, piante, minerali e materia inanimata formano una rete universale di interdipendenze. Rompere questi equilibri ferisce l’intero mondo animato e inanimato e prepara anche la rovina degli esseri umani.

Il limite riguarda distruzione, spreco e consumo dissipativo. Non riguarda il progresso qualitativo, scientifico, culturale e spirituale. Non riguarda neppure il continuo innalzamento del livello minimo di vita.

34. L’energia è un bene comune

Dalle fonti fossili dobbiamo uscire rapidamente. Ma cambiare tecnologia senza cambiare i rapporti di potere lascerebbe intatti monopoli e disuguaglianze.

MDE propone una transizione energetica costruita su:

  • comunità energetiche

  • cooperative per la produzione rinnovabile

  • generazione diffusa

  • reti pubbliche intelligenti

  • sistemi di accumulo

  • edifici efficienti

  • trasporto collettivo elettrificato

  • ricerca su tecnologie a basso impatto

  • difesa dei territori dagli insediamenti speculativi.

Ogni comunità deve poter decidere dove e come realizzare gli impianti. E deve ricevere una quota diretta dei benefici prodotti.

La povertà energetica va eliminata con tariffe sociali, riqualificazione degli edifici e garanzia di una quantità essenziale di energia per ogni persona.

35. L’acqua non si vende

L’acqua è un bene comune inalienabile. Il controllo deve restare pubblico e comunitario.

La gestione deve essere decentrata, coordinata per bacini e rivolta alla conservazione. Dobbiamo raccogliere più acqua piovana, ripristinare le zone umide, curare fiumi e canali, fermare le perdite di rete e costruire piccoli invasi compatibili con gli ecosistemi.

Prima di impoverire le falde, dobbiamo usare con intelligenza le acque superficiali, proteggerle e farle rientrare nel ciclo naturale.

Ogni territorio deve avere un piano pluriennale contro siccità e alluvioni, per l’irrigazione, la ricarica delle falde e la qualità dell’acqua.

36. Agricoltura cooperativa e integrata

La nostra sicurezza alimentare non può dipendere da filiere fragili, monoculture, concentrazioni della terra e prezzi imposti dalla grande distribuzione.

MDE promuove cooperative agricole volontarie nelle quali siano coordinati terreni, macchinari, trasformazione, ricerca, logistica e vendita, tutelando i diritti, il reddito e la sicurezza dei soci.

Le cooperative volontarie sono il punto di partenza. Nel lungo periodo, proprietà e gestione della terra agricola devono evolvere gradualmente, secondo le condizioni locali, verso forme cooperative e comunitarie, a partire dai terreni abbandonati, frammentati o incapaci di garantire un reddito dignitoso. La trasformazione deve assicurare diritto d’uso, continuità produttiva, preparazione tecnica e dignità alle famiglie coltivatrici. Nessuna collettivizzazione improvvisa. Nessuna burocrazia imposta dall’alto.

L’agricoltura integrata unisce coltivazioni, orti, frutteti, apicoltura, allevamento rispettoso degli animali, gestione forestale, trasformazione alimentare, energia, fertilizzanti organici, conservazione dell’acqua e ricerca.

Gli animali sono esseri senzienti, non macchine per produrre. Gli allevamenti intensivi e ogni pratica che causa sofferenze evitabili devono essere superati. Le attività zootecniche devono rispettare i bisogni naturali degli animali, l’equilibrio ecologico e i principi dell’agricoltura integrata.

Diversificare protegge dai rischi climatici ed economici, crea più lavoro e trattiene nel territorio il valore della trasformazione.

37. Sovranità alimentare

Ogni territorio deve conoscere il proprio fabbisogno alimentare e costruire una capacità produttiva adeguata.

Mense pubbliche, acquisti territoriali, mercati contadini, cooperative di consumo, centri di trasformazione condivisi e contratti equi devono dare la priorità alla produzione locale.

Chi produce deve ricevere un prezzo remunerativo. Chi consuma deve poter comprare cibo sano. Il valore non può essere divorato dagli intermediari monopolistici.

Semi, conoscenze agronomiche e varietà locali sono un patrimonio comune. La ricerca pubblica deve sviluppare tecniche resilienti, ridurre l’uso di pesticidi e fertilizzanti dannosi e rigenerare la fertilità del suolo.

38. Prodotti che durano, responsabilità che resta

Ogni prodotto deve essere pensato per durare, essere riparato, aggiornato, riutilizzato e infine riciclato.

MDE rivendica il diritto alla riparazione, la disponibilità dei ricambi, componenti standard, la fine dell’obsolescenza programmata e la responsabilità estesa di chi produce.

La politica dei rifiuti deve cominciare dalla prevenzione, poi passare al riuso, al compostaggio, al recupero dei materiali e alle filiere locali. Inceneritori e discariche devono restare l’ultima scelta, non la scorciatoia.

Le cooperative di riparazione, riuso e recupero possono creare lavoro qualificato, ridurre gli sprechi e offrire occasioni concrete di reinserimento sociale.

39. Rianimare città, paesi e comunità

Concentrare popolazione, servizi e opportunità in poche grandi aree svuota i territori interni, fa esplodere il costo delle case e obbliga milioni di persone a spostamenti estenuanti.

MDE propone una rete policentrica di città medie, piccoli comuni e comunità rurali, collegate da trasporto pubblico, servizi digitali, presidi sanitari, scuole, cultura e attività produttive.

Prima si rigenera. Poi, soltanto quando serve davvero, si costruisce. Edifici abbandonati, aree industriali dismesse e borghi spopolati devono tornare a vivere attraverso cooperative di comunità, edilizia sociale e progetti produttivi radicati nel territorio.

Parte settima

Diritti sociali, cultura e liberazione delle capacità

40. La salute non è in vendita

La salute è un diritto universale. Non è una merce né un privilegio.

Il servizio sanitario pubblico deve essere gratuito, universale e finanziato dalla collettività. Deve disporre di personale, risorse e strutture sufficienti per curare ogni persona con qualità e nei tempi giusti, qualunque sia il suo reddito o la sua condizione sociale.

La prevenzione deve tornare al centro: alimentazione sana, attività fisica, salute mentale, sicurezza sul lavoro, ambiente salubre, consultori, medicina territoriale e assistenza domiciliare.

Prevenzione, cure territoriali e ospedaliere, farmaci, diagnostica, riabilitazione e urgenze vanno garantiti a tutti secondo il bisogno clinico e l’appropriatezza terapeutica. Nessuno deve rinunciare a curarsi perché non può pagare.

41. La casa è un diritto, non una rendita

Una casa serve per vivere. Non può essere trasformata in uno strumento di speculazione.

MDE propone un grande programma di edilizia pubblica e cooperativa. Il programma prevede il recupero degli immobili vuoti, affitti sostenibili, fondi di garanzia, cooperative di abitanti e modelli nei quali il suolo resta comunitario, mentre il diritto d’uso dell’alloggio rimane stabile e trasmissibile.

La prima casa deve essere protetta. Regole efficaci devono scoraggiare le grandi concentrazioni immobiliari e il mantenimento speculativo di abitazioni vuote.

Ogni intervento abitativo deve inserirsi in una comunità: efficienza energetica, trasporti, servizi, verde e luoghi in cui incontrarsi.

42. Dare valore alla cura

La cura di bambini, anziani, persone malate e persone con disabilità tiene in piedi la società. Eppure continua a essere scaricata sulle famiglie e, soprattutto, sulle donne.

MDE propone servizi pubblici e cooperative di prossimità, congedi paritari, un sostegno concreto ai caregiver, assistenza domiciliare, strutture comunitarie non segreganti e il riconoscimento economico del lavoro di cura.

Chi riceve assistenza deve poter scegliere, per quanto possibile, come e dove vivere. Curare vuol dire sostenere autonomia, relazioni e dignità, non limitarsi a custodire.

43. Un’educazione neoumanista che liberi

Educare vuol dire sviluppare conoscenza, pensiero critico, creatività, salute, responsabilità, cooperazione e sensibilità verso l’intero mondo animato e inanimato.

La scuola non deve preparare soltanto lavoratori adattabili al mercato. Deve formare persone libere, capaci di riconoscere la propaganda, capire l’economia, partecipare alla democrazia e ribellarsi ai dogmi.

L’istruzione pubblica deve essere gratuita, di qualità e accessibile fino ai livelli più alti. Deve comprendere formazione permanente, laboratori scientifici, arte, musica, attività fisica, educazione ambientale e alfabetizzazione economica e finanziaria.

Nelle politiche educative, gli educatori qualificati devono avere un ruolo determinante. Scuola, università e ricerca hanno bisogno di finanziamenti pubblici adeguati e di autonomia dai governi del momento, dai partiti e dagli interessi d’impresa.

In ogni fase, l’educazione deve insegnare che il mondo è un patrimonio comune e che esseri umani, animali, piante ed entità inanimate appartengono alla stessa comunità universale dell’esistenza.

L’educazione deve liberare l’intelletto da dogmi, propaganda, falsa cultura e manipolazione consumistica. Deve coltivare autonomia interiore, spirito critico, senso del servizio e capacità di cooperare.

44. Liberare cultura e informazione

Non c’è vera libertà di informazione quando pochi proprietari controllano la maggior parte dei media.

MDE sostiene un servizio pubblico indipendente dai governi, cooperative giornalistiche, fondazioni senza scopo di lucro, media comunitari e piattaforme digitali trasparenti.

Gli aiuti pubblici devono essere assegnati secondo criteri aperti, pluralistici e verificabili. Proprietari, finanziatori e conflitti di interesse devono essere sempre conoscibili.

La cultura non è un lusso da tagliare. Biblioteche, teatri, musica, letteratura, cinema, ricerca storica e attività artistiche nutrono la salute mentale, il pensiero critico e la coscienza collettiva.

Cultura e informazione non devono diventare strumenti di colonizzazione mentale. Media, piattaforme e sistemi educativi devono rafforzare conoscenza, fiducia collettiva e pluralismo reale, aiutando le persone a distinguere i fatti dalla propaganda e dalla manipolazione.

45. Pari dignità, pari potere

Nessuna società è libera se metà dell’umanità subisce discriminazione, violenza o dipendenza economica.

MDE si impegna per la parità salariale, l’uguale accesso a lavoro e credito, la condivisione della cura, i servizi per l’infanzia, una rappresentanza equilibrata, l’autonomia economica e una protezione effettiva da ogni violenza.

La dipendenza materiale è una delle radici della subordinazione. Garantire alle donne reddito, formazione, proprietà, lavoro e partecipazione non è una misura accessoria: è una condizione strutturale dell’emancipazione e del progresso di tutta la società.

46. I giovani hanno diritto al futuro

Una società che obbliga i giovani a scegliere tra precarietà senza fine ed emigrazione sta rinunciando al proprio futuro.

MDE rivendica per i giovani formazione, lavoro dignitoso, casa sostenibile, credito cooperativo per avviare nuove attività, spazi culturali e un potere reale nelle decisioni che costruiscono il domani.

I giovani non sono consumatori da manipolare né manodopera usa e getta. Devono diventare protagonisti organizzati della trasformazione.

47. Nessuna persona perde valore

Il valore di una persona non diminuisce quando diminuisce la sua produttività economica.

Le persone anziane devono poter partecipare alla vita culturale e comunitaria, trasmettere esperienza e conoscenze e ricevere assistenza senza essere isolate.

Le persone con disabilità devono avere pieno accesso a istruzione, lavoro, mobilità, comunicazione, casa e partecipazione politica.

Accessibilità significa progettare bene fin dall’inizio, non aggiungere rimedi dopo aver escluso le persone.

48. Migrazioni, accoglienza e cittadinanza economica

Ogni essere umano ha la stessa dignità. MDE combatte la xenofobia, la tratta, lo sfruttamento del lavoro migrante e l’uso politico della paura.

Le migrazioni devono essere governate con cooperazione internazionale, canali legali, tutela dei rifugiati, apprendimento linguistico, accesso al lavoro regolare e lotta senza ambiguità alle organizzazioni criminali.

L’immigrazione non deve essere usata per abbassare i salari o mettere i lavoratori gli uni contro gli altri. Stesso lavoro significa stessi diritti e stessa retribuzione.

Chi vive stabilmente in una comunità, vi contribuisce e ne condivide responsabilità e futuro deve poter partecipare progressivamente alla cittadinanza economica e politica.

Parte ottava

Riformare la democrazia, rendere responsabile il potere

49. La politica è servizio

La politica non è una carriera costruita per conservare il potere. È un servizio temporaneo alla comunità.

Servono limiti di mandato, trasparenza patrimoniale, incompatibilità rigorose, pubblicità degli incontri con i portatori di interesse e sanzioni reali per corruzione e conflitti di interesse.

Ogni persona eletta deve rendere conto periodicamente del proprio operato, nelle assemblee pubbliche e attraverso strumenti digitali accessibili.

I programmi devono indicare obiettivi misurabili. Chi governa va giudicato sui risultati, non sulla propaganda.

Le funzioni di indirizzo e rappresentanza spettano a persone scelte democraticamente. Le funzioni tecniche ed esecutive devono essere affidate attraverso selezioni pubbliche, sulla base di competenza, integrità e capacità dimostrate. Chi abusa del proprio ruolo o si rivela inadeguato deve poter essere rimosso attraverso procedure predeterminate, trasparenti e rispettose del contraddittorio.

Le funzioni di garanzia e vigilanza devono essere indipendenti dal governo, dai partiti e dagli interessi economici organizzati. I loro titolari possono essere rimossi soltanto per cause definite dalla legge e con una procedura indipendente, trasparente e qualificata.

Ogni potere degenera se non incontra limiti, controllo morale e partecipazione consapevole. La vigilanza deve essere permanente, perché amministratori, tecnici, dirigenti cooperativi, funzionari e rappresentanti politici non si trasformino in una nuova casta privilegiata.

50. Separare il denaro dalla politica

Quando il potere economico e quello politico si concentrano nelle stesse mani, la democrazia è in pericolo.

Le imprese che ricevono concessioni pubbliche, controllano infrastrutture strategiche o dipendono in modo rilevante dagli appalti non devono finanziare partiti o candidati.

Le donazioni politiche devono avere limiti severi ed essere interamente pubbliche. La comunicazione elettorale deve garantire spazi equi: la ricchezza non può comprare visibilità, consenso e governo.

Gli incarichi pubblici devono essere incompatibili con quote societarie o ruoli in imprese direttamente toccate dalle decisioni assunte.

51. Il patrimonio comune sotto gli occhi di tutti

Accanto ai poteri legislativo, esecutivo e giudiziario, dobbiamo rendere davvero indipendenti le funzioni di controllo economico e patrimoniale.

Patrimonio pubblico, debito, concessioni, partecipazioni statali, risorse naturali e grandi investimenti devono essere sottoposti a una vigilanza indipendente, trasparente e accessibile ai cittadini.

Chi controlla deve avere competenze documentate, non dipendere dal governo in carica e pubblicare dati, criteri e valutazioni.

52. Partecipare ogni giorno, non solo alle elezioni

La democrazia non può accendersi il giorno del voto e spegnersi quello successivo.

Bilanci partecipativi, assemblee cittadine, referendum deliberativi, consultazioni pubbliche, iniziative popolari e consigli di quartiere devono diventare strumenti ordinari delle istituzioni.

Partecipare vuol dire poter capire e scegliere. I cittadini devono ricevere dati completi, alternative leggibili e valutazioni indipendenti.

Le istituzioni devono rimuovere gli ostacoli che tengono lontane tante persone: mancanza di tempo, reddito, accessibilità e fiducia.

53. Una giustizia che protegge e ricostruisce

La giustizia deve proteggere le vittime, impedire l’impunità e, quando è possibile, recuperare la persona responsabile.

Povertà, emarginazione e mancanza di istruzione non giustificano il reato. Ma ignorare questi fattori lascia intatte alcune delle condizioni che possono alimentarlo.

La giustizia deve essere rapida, accessibile e indipendente. Deve riparare il danno, prevenire nuovi reati e favorire il recupero quando è possibile. Le carceri non possono essere discariche umane: devono garantire sicurezza, dignità, formazione e reinserimento.

I reati economici, ambientali e contro il patrimonio pubblico feriscono intere comunità. Devono essere perseguiti con la stessa determinazione riservata ai reati comuni.

Parte nona

Europa, pace e governo mondiale

54. Un’Europa dei popoli e dei territori

L’integrazione europea deve scegliere: né ritorno ai nazionalismi, né sudditanza agli interessi finanziari.

L’Europa deve evolvere verso una federazione democratica e sociale, capace di garantire diritti comuni, guidare la transizione ecologica, limitare le grandi concentrazioni economiche, proteggere il lavoro e spezzare il ricatto delle multinazionali.

Le decisioni devono essere prese il più vicino possibile ai cittadini. I problemi che superano i confini, invece, richiedono istituzioni comuni abbastanza forti da affrontarli.

La convergenza europea deve misurarsi su salari, servizi, potere d’acquisto e diritti, non soltanto su parametri finanziari.

55. Cooperare per rimuovere le cause dei conflitti

Non c’è pace stabile senza giustizia economica.

Scambi che impoveriscono territori, appropriazione delle risorse, debiti insostenibili e dipendenza tecnologica preparano instabilità, migrazioni forzate e conflitti.

La cooperazione internazionale deve costruire capacità autonome: ricerca condivisa, trasferimento equo delle tecnologie, cancellazione o ristrutturazione dei debiti illegittimi, accordi ambientali vincolanti ed economie locali capaci di reggersi sulle proprie forze.

Gli aiuti devono rendere i territori più liberi, non più dipendenti. Non possono essere un grimaldello per aprire mercati alle imprese dei Paesi donatori.

La pace non è passività davanti all’aggressione. Le istituzioni democratiche devono prevenire i conflitti, proteggere chi è oppresso e, nel rispetto del diritto, avere la forza necessaria per fermare aggressioni e violenze collettive.

56. Verso una federazione mondiale

Crisi climatica, guerre, evasione fiscale, potere delle multinazionali, pandemie e tutela degli oceani non possono essere affrontati da Stati isolati.

Dobbiamo procedere, per tappe democratiche, verso una federazione mondiale fondata sui diritti umani, sulla rappresentanza dei popoli, sull’autonomia delle comunità e sulla gestione comune dei problemi planetari.

Un governo mondiale democratico non deve cancellare culture e autonomie. Deve garantire pace, giustizia, protezione dell’ambiente e controllo delle forze economiche che oggi superano il potere dei singoli Stati.

Parte decima

Il cammino della trasformazione

57. Cambiare in profondità, costruire con responsabilità

Il cambiamento deve avere obiettivi radicali e metodi responsabili.

Rifiutiamo due illusioni: che il sistema si corregga da solo e che basti distruggere le istituzioni esistenti senza avere costruito alternative più giuste, competenti e partecipate.

Ogni trasformazione va preparata con educazione, sperimentazione, organizzazione economica, partecipazione politica e civica, confronto pubblico e verifica dei risultati.

Quando una politica produce effetti indesiderati, va corretta senza orgoglio e senza dogmi. Metodi, istituzioni e tecnologie devono cambiare con il tempo, il luogo e le persone, mantenendo ferma la direzione progressiva.

58. La Repubblica cooperativa che vogliamo costruire

Il nostro orizzonte è una Repubblica cooperativa nella quale:

  • nessuno resti senza il necessario

  • nessuno accumuli una ricchezza capace di dominare la società

  • la maggior parte della produzione sia organizzata in forma cooperativa

  • i beni strategici restino pubblici o comunitari

  • la piccola iniziativa privata sia libera, ma non possa diventare monopolio

  • il lavoro sia condiviso

  • la tecnologia liberi tempo e capacità umane

  • le decisioni economiche fondamentali siano democratiche

  • il mondo animato e inanimato sia protetto come comunità universale dell’esistenza

  • il progresso materiale alimenti quello culturale e spirituale.

59. Misurare, verificare, correggere

Le politiche della Democrazia Economica devono essere giudicate pubblicamente secondo un criterio semplice: migliorano davvero la vita, soprattutto di chi sta peggio?

Le istituzioni devono pubblicare dati territoriali comprensibili su necessità fondamentali, potere d’acquisto, lavoro, differenze salariali, concentrazione della ricchezza, servizi, casa, partecipazione dei lavoratori, presenza cooperativa, uso delle risorse, emissioni, biodiversità, orario di lavoro e tempo libero.

Una politica che non migliora la vita reale va cambiata. Verificare e correggere non è burocrazia: è democrazia in azione.

Il nostro impegno

La nostra direzione è chiara: superare ogni forma di sfruttamento.

Il nostro metodo è concreto: cooperazione, conoscenza scientifica, decentramento economico, sperimentazione, partecipazione civica e applicazione progressiva dei cinque principi secondo tempo, luogo e persone.

La nostra responsabilità è non lasciare indietro nessun essere umano e non sacrificare la natura all’accumulazione.

Vogliamo liberarci dalla paura della povertà, dalla precarietà permanente, dal ricatto del lavoro, dalla solitudine sociale e dall’impotenza politica.

Vogliamo una società in cui ogni persona abbia il necessario, possa sviluppare liberamente le proprie capacità e metterle al servizio del bene comune.

Vogliamo che chi lavora partecipi alla gestione e ai risultati dell’impresa; che i mezzi produttivi siano amministrati nell’interesse collettivo; che il credito sostenga chi produce; che la tecnologia liberi le persone; che la ricchezza circoli; che il potere economico torni alle comunità.

Vogliamo un’economia che produca senza devastare, innovi senza escludere, organizzi senza opprimere e distribuisca senza umiliare.

Vogliamo una democrazia che non garantisca soltanto la libertà di scegliere chi governa, ma la libertà concreta di vivere senza fame, ignoranza, paura e dipendenza.

Il benessere della Terra e dell’intero mondo animato e inanimato è patrimonio comune.

Nessuno deve essere abbandonato. Nessuno deve essere sfruttato. Nessuno deve avere il potere di impoverire un’intera comunità.

Democrazia politica e Democrazia Economica devono avanzare insieme. Senza l’una, l’altra resta incompleta.

Cooperare, partecipare, produrre e condividere: questa è la strada. Organizziamoci, territorio per territorio, per trasformare la libertà promessa in libertà reale.

Per troppo tempo abbiamo tollerato la tirannia, ma ora non più!

Abbiamo indossato vestiti stracciati per fornire le comodità per far godere la vita ai demoni, ma ora non più!

Vogliamo condurre una vita che valga la pena di essere vissuta. Il benessere di questo universo è proprietà comune di tutti gli esseri viventi!

Non tollereremo più a lungo nessun tipo di inganno. Vogliamo cibo, vestiti, alloggio, medicine, educazione e vogliamo condurre una vita onorevole.

— Prabhat Ranjan Sarkar, Il loto d’oro del mare blu